Termovalvole: scatta il 30 giugno il termine ultimo per l’installazione

CHI DEVE INSTALLARLI – Il Mise conferma che la scadenza del 30 giugno 2017 è tassativa: entro quella data i sistemi di termoregolazione e contabilizzazione dovranno essere installati in tutti i condomini e gli edifici polifunzionali che hanno l’impianto centralizzato, a colonne montanti o ad anello, o riforniti da una rete di teleriscaldamento. È tenuto all’installazione di contabilizzatori diretti anche il proprietario dell’appartamento all’ultimo piano che ha modificato l’impianto condominiale a colonne montanti, passando dai radiatori ai pavimenti radianti. Resta escluso chi ha il riscaldamento autonomo.

A COSA SERVONO – Il loro funzionamento è piuttosto semplice, ma oltremodo efficace: in base al livello impostato (generalmente da 0 a 5) e grazie a dei sensori, aumentano, oppure diminuiscono, l’afflusso di liquido nel radiatore, regolando così la temperatura dell’ambiente domestico, evitando sprechi e dispersione di calore negli impianti centralizzati dei condomini. Sono inoltre in grado di rendere più omogenea la distribuzione dello stesso, nel caso di edifici multipiano dove, come capita spesso, ai piani più alti vi è un ritardo nel raggiungimento della condizione di comfort.

COSTI E SANZIONI – Se gli impianti più vecchi richiedono anche interventi sulla caldaia, in quelli più moderni, in genere, il costo si aggira intorno a 120 euro per ogni termosifone installato. Si tratta di cifre che rientrano nelle detrazioni fiscali per gli interventi finalizzati al risparmio energetico e che risultano sicuramente più soft delle sanzioni: da 500 a 2500 euro, in base alla regione, oltre all’obbligo di mettersi in regola. Il risparmio per chi ha già provveduto all’installazione delle termovalvole, invece, corrisponde in media al 20% del totale della spesa relativa al consumo di gas, pari a quasi 150 euro a nucleo familiare.

Al Sud l’industria riporta in positivo gli investimenti

La dicotomia ora risulta chiara. Da un lato gli investimenti pubblici frenano, anche perché la nuova programmazione dei fondi comunitari 2014-2020 stenta a decollare mentre l’effetto propulsivo di quella precedente 2007-2013 si è praticamente esaurito. Dall’altro quelli privati, che nel 2015 erano calati dell’1,2%, riprendono fiato grazie agli effetti delle agevolazioni fiscali del piano Industria 4.0 e probabilmente – è la considerazione di Giannola – anche per un riposizionamento strutturale della manifattura nelle regioni meridionali. L’industria in senso stretto ha fatto registrare nel 2016 un aumento del valore aggiunto del 3% (-0,1% nel 2015), contro l’1% del Centro-Nord e un incremento dell’occupazione pari all’1,7% (0,5% nel resto del Paese). All’opposto l’agricoltura, protagonista di un buon 2015, ha segnato il passo perdendo il 4,5% del valore aggiunto.

Non un ribaltamento definitivo, non un dato strutturale. Ma un segnale da tenere nella giusta considerazione. Anche se non diffuso tra tutte le regioni. «La principale regione, la Campania, ha sicuramente contributo al cambiamento di marcia – aggiunge Giannola – dopo essere stata insieme alla Calabria la peggiore durante gli anni della crisi (-16% per il Pil tra il 2008 e il 2015) ha realizzato una crescita del 2,4%». La più vivace delle regioni nel 2015, la Basilicata, ha invece rallentato (da +5,4 a +2,1%), il Molise resta più o meno stabile sull’1,6% mentre tutte le altre viaggiano o sotto l’1% (Calabria, Puglia, Sardegna, Sicilia) o ristagnano tra 0 e -0,2% (Abruzzo).

Ad accomunare le varie regioni è di sicuro una dinamica occupazionale che pur positiva non riesce a recuperare le perdite prodotte dalla crisi e resta orientata sull’occupazione a termine. Nel complesso, comunque, gli occupati nel Mezzogiorno sono aumentati dell’1,5% nel 2016 (+1,6% nel 2015) a fronte dell’1,2% del Centro-Nord. In termini assoluti, si tratta di circa 100mila occupati in più.

Sulle stime per il 2017, che la Svimez formulerà tra circa un mese nella consueta anticipazione del rapporto annuale, incide l’effettiva partenza della programmazione 2014-2020, finora in ritardo nella spesa. Sulle prospettive a più lungo termine, incide senz’altro l’effettiva implementazione della norma prevista dal decreto Mezzogiorno dello scorso febbraio per garantire al Mezzogiorno, a partire dalla prossima legge di bilancio, una quota minima di spesa ordinaria in conto capitale delle amministrazioni centrali. L’ipotesi più concreta è che il provvedimento attuativo fissi un valore in proporzione alla popolazione, quindi intorno al 35%. Il problema in questo caso sarà individuare le spese realmente ripartibili per singoli ministeri, sentendo anche la Ragioneria dello Stato, e non sarà semplice rispettare la scadenza prevista per l’emanazione del provvedimento attuativo (il prossimo 30 giugno).

Migranti in Italia in cambio di flessibilità. L’accusa della Bonino al governo

Intervenendo alla 69sima Assemblea generale di Confartigianato, Emma Bonino ha spiegato: “All’inizio non ci siamo resi conto che era un problema strutturale e non di una sola estate. E ci siamo fatti male da soli. Siamo stati noi a chiedere che gli sbarchi avvenissero tutti in Italia, anche violando Dublino”. Proseguendo, l’ex numero uno della Farnesina ha puntalizzato: “Una delle cose di cui sono più orgogliosa è Mare Nostrum. Sono convinta che sui cadaveri non si costruisce niente. Poi non l’abbiamo voluta più perché troppo cara, costava 9 milioni al mese. Poi è intervenuta l’Ue prima con Triton e poi con l’operazione Sophia. E nel 2014-2016 che il coordinatore fosse a Roma, alla Guardia Costiera e che gli sbarchi avvenissero tutti quanti in Italia, lo abbiamo chiesto noi, l’accordo l’abbiamo fatto noi, violando di fatto Dublino. Disfare questo accordo adesso è piuttosto complicato. Io non apprezzo per niente né l’atteggiamento spagnolo, né francese, né quello degli altri. Ma un po’ ci siamo legati i piedi e un po’ francamente abbiamo sottovalutato la situazione. Io non credo che la settimana prossima arriveremo a una soluzione”.

“Io non penso che gli italiani siano più razzisti di altri – prosegue Bonino -, penso che non apprezzino invece il disordine e la mala integrazione. Non sopportano la gente sbattuta nei Cie, che non può lavorare oppure lavora in nero. “I 7 milioni di immigrati regolari lavorano e pagano le tasse e non rappresentano alcun problema per noi. Il problema sono piuttosto i 500mila clandestini, che lavorano in nero e sono contigui ad un dato di criminalità. Proprio per questo credo che una politica di integrazione seria aiuti la sicurezza e aiuti anche la convivenza tra i cittadini. Sta prendendo piede un tasso di aggressività, persino preventiva, che mi spaventa molto e credo che questo clima non ci porti da nessuna parte. Dobbiamo un po’ ragionare invece di far parlare solo la pancia. Credo che questo sia il compito di una leadership politica che sarà pure impopolare, ma il nostro compito è quello di ragionare e far ragionare”.

la stessa Bonino è tornata sull’argomento alcune ore dopo ribadendo il concetto ma negando la segretezza di tali accordi. Stessa reazione da fonti del governo: solo accordi alla luce del sole, nulla di inconfessabile. Ma è chiaro che la bomba sganciata dall’ex ministro ha fatto rumore, soprattutto in quegli ambienti secondo cui la ‘merce di scambio’ è la flessibilità sui nostri conti. E infatti non sono mancate le illazioni e le richieste di chiarimento. Su tutte quella del blog di Beppe Grillo, che ha ripreso con vigore le dichiarazioni dell’ex ministro.

“Emma Bonino è un ex commissario europeo nonchè l’ex-ministro degli esteri del del governo Letta – si legge sul blog -: Dobbiamo quindi pensare che quando parla di accordi con Paesi esteri o con l’Europa sappia quel che dice. Quello che dice. E si riferisce agli anni del governo Renzi”. Racconta come, per il 2014-2016, il governo italiano abbia chiesto che ‘gli sbarchi avvenissero tutti quanti in Italia’”, si legge nel blog. L’abbiamo chiesto NOI! L’accordo l’abbiamo fatto Noi!” sottolinea l’ex ministro. Di quale accordo sta parlando? Il fatto che l’Italia sia costretta ad accogliere tutti coloro che vengono trasportati qui dall’Africa, anche da navi battenti bandiere straniere (in violazione degli accordi di Dublino, come precisa anche la Bonino), e’ scritto da qualche parte nero su bianco?”, chiede il M5S che attacca: “vogliamo la verita’ su questi accordi indicibili”.

Parlamento, condannati e riabilitati: così gli onorevoli si riprendono il vitalizio

IL CASO ABBATANGELO – Deputato missino per quattro legislature, fu accusato della strage del rapido 904 del 23 dicembre 1984, quando sedeva a Montecitorio già da cinque anni. Venne assolto dalla Corte d’Assise di Firenze in appello nel 1994, dopo che in primo grado aveva preso l’ergastolo, ma rimediò comunque sei anni per detenzione di esplosivo. Il 9 luglio 2015 l’ufficio di presidenza di Montecitorio gli ha revocato un vitalizio che secondo i dati rivelati da Primo Di Nicola sull’Espresso ammontava nel 2013 a 4.676 euro netti al mese. A ben ventuno anni di distanza dalla condanna e anche dopo ventuno anni di assegni: i vecchi regolamenti stabilivano infatti che un deputato con quattro legislature alle spalle potesse incassare senza limiti di età. E allora Abbatangelo, che si presentò con Alleanza nazionale alle politiche del 1994 per la quinta volta risultando però il primo dei non eletti, aveva 51 anni. Due anni di astinenza e ora per lui torna il vitalizio, nel frattempo lievitato a 5.600 euro: il 27 gennaio 2016 Abbatangelo ha presentato istanza di riabilitazione, che gli è stata ovviamente concessa, e la sanzione è improvvisamente evaporata. E insieme al vitalizio, tornano anche gli arretrati. Il conto è facile. Basta moltiplicare 5.600 per 17: tanti sono i mesi trascorsi dalla domanda presentata al tribunale di sorveglianza alla decisione presa ieri dall’ufficio di presidenza della Camera.

ASTONE E DE CAROLIS – Per l’ex democristiano Giuseppe Astone, che si era visto a sua volta revocare nel luglio 2015 il vitalizio cresciuto oggi fino a 5.200 euro netti al mese (causa una condanna a 5 anni e 10 mesi), gli arretrati ammontano invece a circa metà, considerato che la domanda di riabilitazione è partita solo il 4 ottobre 2016. Mentre il terzo ex onorevole al quale è stato ieri restituito il vitalizio, Massimo De Carolis (condanna a 2 anni e 8 mesi), riceverà una somma prossima ai 40 mila euro: l’assegno al quale ha nuovamente diritto è nel suo caso di poco superiore a 3.000 euro netti mensili, e l’istanza al tribunale è del 16 maggio 2016.

Le regole parlano chiaro, sottolinea lo stesso Rizzo nell’articolo redatto per La Repubblica: l’assegno viene tolto ai parlamentari condannati in via definitiva a pene di oltre due anni. Ma lo stesso regolamento che il Parlamento ha approvato nel maggio del 2015 prevede una via d’uscita che lo rende di fatto inutile. Il comma 3 dell’articolo 1 dice che le “disposizioni non si applicano qualora sia intervenuta riabilitazione in base agli articoli 683 del codice di procedura penale, 178 e 179 del codice penale”. La circostanza era stata denunciata senza mezzi termini dagli esponenti del Movimento 5 stelle, ma senza esito.

Gli strappi Pd sulla coalizione e il “vinavil” tra Renzi e Gentiloni

E qui sta il vero cortocircuito di Renzi che mette all’indice le coalizioni-accozzaglia ma poi sorvola sulle divisioni del Pd e sulla contraddizione più corrosiva politicamente che è il suo rapporto con Gentiloni. Il sospetto che dietro le prese di posizione dei due ministri non ci sia solo la polemica sul centro-sinistra ma il sostegno al Governo arriva, in serata, proprio da una dichiarazione del segretario dopo una giornata di duelli a distanza. «La discussione sulle alleanze oggi è artificiale, abbiamo un anno prima delle elezioni».

Un anno al voto dunque, ma sarà vero? Non si è ancora capito infatti se Renzi in questo Governo c’è o fa finta di esserci. Lo zig zag è pressoché costante, lascia una sensazione di mal di mare perenne. Basta dire che si è andati a votare al primo turno delle città che da poco era passata l’onda di una chiamata alle urne in autunno su cui si era concretizzato il patto con Berlusconi e pure la prospettiva di possibile larga coalizione. In pochi giorni si è rovesciato lo schema per lo strappo dei 5 Stelle, Renzi è tornato sui suoi passi, ha cominciato a dialogare con Pisapia ma poi – a ballottaggi chiusi – dice che è una strada senza successo. Tutto lineare? È da un po’ che si va avanti per tentativi. Un po’ il segretario appoggia il Governo ma poi crea la cabina di regia per “coordinarlo”, un po’ ribadisce la fiducia ma poi è tentato dalle urne. E in questa altalena, il “fuoco” diventa il voto mentre si perdono le idee. Solo ieri, per esempio, ha benedetto le scelte di Gentiloni sul decreto-banche e sullo ius soli, con qualche ritardo su temi che di certo hanno avuto un peso elettorale e su cui è mancata una connessione operativa tra Pd e il suo Esecutivo che era stato lasciato solo. Le dichiarazioni di ieri sono ora la prova che Renzi il Vinavil lo metterà almeno tra il “suo” Pd e il “suo” Esecutivo? Nessuno se la sente più di dirlo ed è questo il danno se l’ambiguità diventa un tratto della leadership prima che della coalizione.

L’assedio dei «big» a Renzi: serve un leader più inclusivo

Alla fine di una giornata vissuta sotto assedio, dopo aver condotto la rassegna stampa del Nazareno #Orenove e aver partecipato nel pomeriggio a un convegno dell’Ispi a Milano, Matteo Renzi riprende in mano la tastiera del computer e risponde su Facebook ai suoi critici interni ed esterni ribadendo la sua leadership appena riconfermata con circa il 70% dei voti alle primarie del Pd del 30 aprile scorso. Perché agli occhi dei renziani il punto, al di là delle analisi sulla sconfitta del Pd ai ballottaggi nelle città, appare proprio questo: la leadership, che secondo lo statuto del Pd e nella visione renziana della vocazione maggioritaria coincide con la premiership.

No a ritorni al modello Unione, dunque, visto che le coalizioni di centrosinistra imbastite in quasi tutte le città non hanno portato alla vittoria. Anzi, Genova docet. Ma è proprio questo rimando di Renzi alle esperienze negative dell’ultimo governo Prodi ad aver indispettito il Professore, che nelle ultime settimane si è speso molto per l’unità del centrosinistra incontrando lo stesso Renzi. «Leggo che il segretario del Pd mi invita a spostare un po’ più lontano la tenda. Lo farò senza difficoltà: la mia tenda è molto leggera. Intanto l’ho messa nello zaino», dice Romano Prodi evocando l’uscita dal Pd dopo aver letto sui giornali le critiche di Renzi a quanti «invocano una coalizione di centrosinistra larga il più possibile» facendo così «il gioco del centrodestra». E sono parole che pesano, quelle di Prodi.

Così come sono parole che pesano quelle del fondatore del Pd Walter Veltroni, che in un’intervista a Repubblica invita Renzi a «cambiare passo» perché «questa è la fase dell’inclusion». Ma a far scattare il campanello d’allarme a Largo del Nazareno è soprattutto la presa di posizione di Dario Franceschini – ministro dei Beni culturali, ex segretario del Pd e “grande elettore” di Renzi – che dopo aver letto le parole ultimative del segretario sulle alleanze e dopo aver letto le dichiarazioni di Prodi e di Veltroni posta su Twitter un grafico con il trend dei voti del Pd a Genova, Verona, Parma e l’Aquila dal 2012 al 2017 e avverte: «Bastano questi numeri per capire che qualcosa non ha funzionato? Il Pd è nato per unire il campo del centrosinistra e non per dividerlo». Ora immaginare che un dirigente come Franceschini sia un fan della coalizione con i fuoriusciti bersaniani di Mdp che propugnano l’abolizione del Jobs act porterebbe fuori strada. Ma quello che il ministro nota, parlando con i suoi, è che non si può far finta che le comunali siano andate bene così come non si può dare continuamente addosso a chi lavora insieme al Pd nel governo (il riferimento in questo caso è ai centristi di Angelino Alfano e al ministro per lo Sviluppo economico Carlo Calenda).

E intanto il Guardasigilli e leader della minoranza interna Andrea Orlando, che sarà presente sabato alla convention romana di Giuliano Pisapia, riunisce i suoi e parla di «una lobby per la costruzione del centrosinistra». La risposta è il rilancio della vocazione maggioritaria del Pd. «Indietro non torno», ripete Renzi. Con un piglio da rottamazione 2.0 che evoca il ritorno alle origini del renzismo.

Malattia e visita fiscale: arriva l’autocertificazione del dipendente

Per ora si tratta solo una proposta di legge avanzata dal senatore Maurizio Romani (Idv): il testo, contenuto in due articoli, è all’esame della Commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama, ma “stiamo lavorando per trovare un accordo trasversale – spiega lo stesso Romani – e approvare in fretta la norma per poi inviarla a Montecitorio per il varo definitivo prima della fine dela legislatura”. Il provvedimento, del resto, è già stato firmato da esponenti di Pd e Forza Italia e di altri partiti. “La legge è stata sollecitata da anni dalla Federazione degli Ordini dei medici (Fnomceo) per modificare la legge Brunetta” – ricorda il senatore dell’Italia dei valori.

In pratica il lavoratore “comunica per un periodo inferiore a tre giorni con sua esclusiva responsabilità il proprio stato di salute al medico curante”, recita uno dei due articoli. Questo determina per il cittadino una minore protezione, non potendo essere ‘appoggiato’, come invece avviene adesso, dalla certificazione del suo medico curante. Con questa norma i furbi “saranno più responsabilizzati – precisa Maurizio Romani – e i medici rischiano pene meno gravi di quelle previste oggi, che sono francamente esorbitanti”.

A sostegno della legge si schiera anche Maurizio Scassola, vicepresidente della Fnomceo: “Ci sono disturbi la cui diagnosi non può che essere fatta sulla base di sintomi clinicamente non obiettivabili. Per questo un’autoattestazione potrebbe essere utile, prima ancora che a sollevare il medico, a responsabilizzare il paziente, come già avviene con ottimi risultati in molti Paesi anglosassoni”.

Ma Carmelo Barbagallo, leader della Uil, boccia la proposta: “I medici di base cercano di cercano di togliersi dalle loro responsabilità e di non fare il lavoro per cui sono pagati. E troppo spesso i certificati si fanno per telefono”.

In pensione sempre più tardi: nel 2051 lavoreremo fino a 70 anni

L’aumento è previsto da una legge del 2011 che adegua il pensionamento alle cosiddette ‘aspettative di vita’. Cioè alla durata media della vita. L’ultimo adeguamento è scattato l’anno scorso. C’è quello del 2018 e poi altri fino al 2050. Obiettivo finale 70 anni tondi. In realtà nel 2015 non c’è stato alcun aumento delle aspettative di vita. Anzi. La speranza di vita alla nascita è scesa a 80,1 anni da 80,3 del 2014 per gli uomini e a 84,7 anni (da 85) per le donne.

La tesi del governo è che le aspettative di vita del 2016 torneranno a crescere. E che, comunque, la legge sulle pensioni prevede un aumento. Interpretazioni che i sindacati respingono al mittente. “Non c’è motivo di far andare avanti gli automatismi che determinano l’innalzamento dell’età pensionistica”, ha detto il leader della Uil Carmelo Barbagallo. “Stiamo continuando nella discussione della seconda fase, non c’è motivo di far andare avanti l’adeguamento dell’età pensionistica alle aspettative di vita, a parte il fatto che l’ anno scorso l’ aspettativa è diminuita”, ha sottolineato il sindacalista. Per la leader della Cisl Annarmaria Furlan “dobbiamo fermare l’ automatismo legato all’ aspettativa di vita: questo meccanismo infernale per cui sempre di più si alza l’età pensionabile”. Per Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, un aumento dell’età pensionabile verrebbe visto dai lavoratori come “un gigantesco schiaffo” e si determinerebbe “una rottura difficile da colmare”.

Ma il governo non sia disposto ad assecondare le organizzazioni dei lavoratori. Stretto da vincoli sul deficit sempre meno flessibili e da spese improvvise difficili da fare digerire a Bruxelles e ai mercati internazionali che monitorano il debito italiano. Come quella per le banche. La coperta è sempre più stretta e a farne le spese saranno anche i pensionandi.

Italia del rugby, stagione chiusa con tanti problemi

Intanto, quella appena finita fornisce risultati crudi: una vittoria importante contro il Sudafrica e dieci sconfitte, con tanto di cucchiaio di legno al Sei Nazioni, 17 mete realizzate e 50 subite. Al di là dei numeri, va detto che il primo obiettivo del ct Conor O’ Shea, in carica da giugno 2016, non è (ancora) stato raggiunto: difficile individuare un solo match nel quale la tenuta fisica, organizzativa e mentale della squadra abbia coperto l’arco degli interi 80 minuti.

Resta da vedere se da un anno vissuto e chiuso con tanti problemi si potrà ricavare qualcosa di buono, e le prime verifiche arriveranno con i test match interni di novembre contro Figi, Argentina e Sudafrica. L’acclimatamento di O’ Shea, che come i suoi predecessori si è probabilmente trovato ad affrontare più situazioni critiche di quel che pensava, è arrivato al termine e il 2017/2018 “deve” portarci qualcosa in più.

Nel frattempo, il grosso dei test match estivi è terminato e tra i diversi confronti spicca la serie decisamente vinta dal Sudafrica sugli ospiti francesi. Prosegue ancora, invece, il tour dei British & Irish Lions in Nuova Zelanda. Il primo test match con gli All Blacks è finito 30-15 per i padroni di casa – che all’Eden Park di Auckland non perdono una partita dal 1994! – e sabato a Wellington si gioca la rivincita. Ieri sempre a Wellington si è disputato l’ultimo match dei Lions contro una selezione provinciale, gli Hurricanes, ed è finita 31 pari.

La Nuova Zelanda prosegue la corsa per trionfare in due serie egualmente prestigiose, legate ai due sport nazionali dei Kiwis. Se nel la vela Team New Zealand ha già portato a casa l’America’s Cup, ora tocca agli All Blacks fare fino in fondo il loro dovere.

Consumi ancora in ripresa nel 2016, ma permangono forti differenze

Il rapporto rileva una diminuzione del divario regionale, ma allo stesso tempo un aumento di quello metropolitano, a causa di una più marcata crescita della spesa nei grandi centri. Infatti mentre il gap tra Nord-Ovest e i valori più bassi delle Isole passa da quasi 945 a circa 897euro nel 2016, il divario tra le città metropolitane e i comuni periferici delle aree metropolitane e quelli sopra i 50mila abitanti si amplia (circa 376 euro in media al mese da poco meno di 100 euro del 2015), così come quello tra città metropolitane e altri comuni fino a 50mila abitanti (poco più di 491 euro da meno di 200 del 2015).

Tra le famiglie di occupati dipendenti, la spesa media mensile è pari a 2.231,18 euro se la persona di riferimento è operaio e assimilato, mentre sale a 3.164,45 euro se è dirigente, quadro o impiegato. Invece tra gli occupati indipendenti la spesa media è di 3.586,18 per imprenditori e liberi professionisti, e di 2.805,12 euro per gli altri lavoratori indipendenti. Esiste mediamente anche un consistente divario di spesa sia tra laureati e persone con licenza elementare o priva di titoli di studio (3.550,31 euro contro 1.725,35), sia tra famiglie straniere e nuclei composti da soli italiani (1.582,94 contro 2.590,59).

Aumenta il livello medio della spesa alimentare, pari a 447,96 euro mensili (era 441,50 euro nel 2015), che mostra una crescente attenzione a una più corretta alimentazione. Diminuisce infatti la spesa per carni, attestandosi a 93,53 euro mensili (da 98,25 nel 2015), mentre le spese per frutta e vegetali aumentano entrambe del 3,1% rispetto al 2015, salendo rispettivamente a 41,71 euro e a 60,62 euro mensili. Infine, la spesa per beni e servizi non alimentari (2.076,41 euro al mese) aumenta dello 0,9%.