Uomo, a Parigi sfila il pop rassicurante

Del resto, se il destino è ineluttabile e l’umanità ha raggiunto gli ultimi giorni, meglio accompagnare la fine della civiltà con un ballo, una risata o al limite una passeggiata nel parco con la famiglia, che non con il cilicio. Certo, escapismo, normalità, fluidificazione delle barriere di genere sono temi che occupano la conversazione modaiola già da alcune stagioni. Inutile ostinarsi a cercare la novità: perchè non necessaria, in primo luogo, e poi perchè questa continua ad essere epoca di campionamento e remix, non di invenzione tout court.

Oddio, chi crea, e anche in maniera radicale, c’è ancora. Thom Browne, ad esempio, preso a esplorare con tenacia ossessivo-compulsiva i limiti e le possibili storture della formalità più rigorosa. È soprendente come questo designer americano riesca a veicolare idee e concetti sempre nuovi reiterando ad infinitum un guardaroba pensato per il collegio, o il commesso viaggiatore. Questa stagione veste gli uomini da donne, o meglio adatta il proprio womenswear, invero alquanto duro e mascolino, al corpo maschile, mantenendone le proporzioni: maniche a 3/4, tacchi, gonne e via dicendo. L’effetto è spiazzante, ma la dichiarazione di Browne riassesta tutto: perchè no? In fondo, le forme degli abiti sono solo costrutto culturale. Rei Kawakubo, da Comme des Garçons, gli uomini li vuole bambini e un po’ sventati, con i capelli spolverati di glitter e le giacche che grondano paillettes. Anche da Kenzo l’aria è festaiola e pop, pensando a certi billboard giapponesi, mentre da Lanvin il caos della vita metropolitana è armonizzato in una fusione sottile di sportswear e sartorialità.

Nel turbinare di visioni che spesso sono solo assemblaggio, spicca la normalità affilata e sofisticata di Berluti, dove Haider Ackermann lavora in sottigliezza su una idea di lusso fatta di materie preziose e colori peregrini. Per il resto, è stata una stagione movimentata, ma senza nerbo. Che la moda abbia perso rilevanza? Probabile. Troppa comunicazione, di certo, ha cancellato la sostanza.

Renzi: ripartire da proposte su crescita e tasse, dibattito su coalizione addormenta elettori

Una occasione in cui Renzi è sembrato concedersi una maggiore autocritica sui risultati delle amministrative, dopo il tweet di ieri in cui rivendicava il maggior numero di comuni vinti dal centrosinistra rispetto al centrodestra. «Nel complesso numericamente abbiamo vinto più comuni degli altri, ma rispetto all’altra volta ne abbiamo persi di più. Quindi il giudizio non è positivo», ha spiegato l’ex premier. Con due chiose polemiche. Una politica e una personale. La prima è che «le continue esasperanti polemiche nel centrosinistra alla fine non fanno altro che agevolare il fronte avversario». La seconda è che «sulla vicenda Consip (con il coinvolgimento del padre Tiziano indagato per traffico di influenze illecite, ndr) ho perso molto consenso, è una vicenda enorme sul quale la verità chiarirà molte cose».

Delle parole di Veltroni Renzi nella rassegna stampa ha ripreso però soprattutto quelle che condivideva di più. Lì dove per esempio l’ex sindaco ha ricordato che una grande forza riformista non dovrebbe mai proporsi “contro” ma sempre “per”. «Ha ragione Veltroni, non presentarsi contro ma per, è tema che giudico fondamentale» ha replicato Renzi, per il quale «la discussione su cos’è la sinistra e come si vince o si perde non può essere staccata dalla realtà». E si è chiesto a mo’ di esempio: «Chi combatte il precariato: chi fa dotte analisi o chi concretamente permette di aumentare i contratti di lavoro a tempo indeterminato?». E ancora: «Chi è che difende le prospettive dei più deboli? Non è chi si rinchiude nei salotti delle proprie certezze a esprimere un ragionamento politico che non segue più nessuno». Ma su inclusione e coalizioni il giudizio è duro: «Quelli che invocano una coalizione di centrosinistra larga il più possibile fanno il gioco del centrodestra, e non del Pd» ha detto Renzi in un’intervista sul Quotidiano Nazionale. Lo dimostrano risultati come quelli di Genova, ma non solo. «Abbiamo perso, e anche questa è una sconfitta che brucia, che fa male, a Pistoia». Dove il candidato tutto era fuorché renziano.

Caso 1: un freelance di 29 anni risparmia 1.500 euro (e un mese di tempo)

Un freelance (lavoratore autonomo) di 28 anni, domiciliato a Milano, guadagna ogni anno con la sua attività di graphic designer l’equivalente di circa 22mila euro lordi l’anno. È single, vive in un monolocale e non ha seconde case intestate. Secondo il simulatore realizzato dall’Istituto Bruno Leoni, l’applicazione della flat tax al 25% gli consentirebbe un risparmio complessivo sulle imposte dirette e indirette del 7%: da 8.638 euro a 7.064 euro, pari a 1.574 euro in meno al fisco. Il grosso dello sconto arriverebbe dalle imposte dirette, come l’Irpef, alleggerite da 4.796 euro a 3..875 euro: 921 euro in meno, pari al 4% dell’importo. Quanto al fattore tempo si parla di un risparmio di circa un mese, con la possibilità di chiudere le pratiche al 26 di aprile. Con l’attuale regime, si sarebbe dovuto attendere il 21 maggio.
Il problema è che anche 22mila euro lordi possono essere un miraggio, per una categoria dove sono tutt’altro che rare fatturazioni sotto i 10mila euro lordi l’anno. In questa ipotesi cosa succede? Se il reddito si spinge fino a minimi sotto i 6.500 euro l’anno, guadagnati magari con lavoretti estivi, la “tassa piatta” fa scattare integrazioni che salgono in maniera inversamente proporzionale alle entrate. Ad esempio con un reddito di 2.500 euro, incamerati da un lavoratore autonomo e senza famiglie alle spalle, si può accedere a un bonus di circa 4.500 euro.

Nel XIX secolo, specchi giganti e altri metodi per contattare gli extraterrestri

Un giorno del 1899, mentre lavorava nel suo laboratorio di Colorado Springs, l’ingegnere Nikola Tesla si accorse che uno dei suoi apparecchi registrava strane perturbazioni elettriche.

“I cambiamenti che notai si producevano periodicamente ed evocavano con una tale evidenza dei numeri e un ordine che non rimandavano a nulla che mi fosse noto – scrisse Tesla in seguito.

Non era il genere di segnali che provenivano dal Sole, dalla Terra, dalle aurore boreali o da perturbazioni atmosferiche. Il fenomeno continuò a interessare Tesla, che diversi anni più tardi spiegò: “Dietro questi segnali elettrici c’era un preciso schema. Sono sempre più convinto di essere stato il primo a sentire il messaggio trasmesso da un pianeta ad un altro.”

Tesla credeva di aver intercettato una comunicazione interplanetaria e per il resto della sua vita lavorò a un sistema che avrebbe permesso di rispondere dalla Terra.

Nel 1820, il matematico tedesco Carl Friedrich Gauss fu uno dei primi a descrivere un metodo per riuscire a contattare forme di vita intelligente che potevano vivere sulla Luna : nella tundra della Siberia, si sarebbe potuta costruire una figura gigante, la prova geometrica del Teorema di Pitagora, nella quale gli elementi sarebbero stati così grandi da poter essere visti dalla Luna.

Alla fine del XIX secolo, in Francia venne istituito il Prix Pierre Guzman, destinato a stimolare la ricerca nell’ambito del contatto con altri pianeti. Chi fosse riuscito a comunicare con un pianeta o una stella e a ricevere una risposta avrebbe ricevuto 100.000 franchi francesi.

Caso 3: l’imprenditore con figli risparmia il 20%

Un imprenditore, residente nel Lazio, guadagna una media di 48mila euro lordi l’anno dalla attività della sua azienda. È sposato e ha due figli, il primo alle scuole secondarie e il secondo nati da pochi mesi. La moglie non lavora, e la coppia ha ereditato un’abitazione in campagna. Qui il risparmio della flat tax, stando ai risultati del simulatore, si farebbe evidente sia in termini di imposte che di tempo: “sconto” del 20% sulle imposte complessive (da 22.386 euro a 12.676 euro: 9.710 euro in meno) e riduzione del 15% di quelle dirette (da 13.917 a 6.495 euro: una variazione di 7.422 euro). Senza contare il guadagno in termini di tempo: le pratiche di pagamento potrebbero essere chiuse il 5 di aprile invece che il 18 giugno. Due mesi e mezzo prima. Vista così, la “tassa piatta” sembra favorevole soprattutto a categorie a reddito medio-alto e propense all’attività privata. Ma in realtà a favorire la riduzione del carico fiscale è la presenza di un infante nel nucleo. Come spiega Nicola Rossi, membro dell’Istituto Bruno Leoni e fra i promotori della riforma, «il caso dell’imprenditore laziale è emblematico in quanto il risultato dipende in misura significativa dal favor della riforma verso i minori (in particolare i minori di età inferiore ai 3 anni) – dice La presenza di un infante vale infatti da sola circa 1.000 euro». Va detto, però, che il risparmio sarebbe sensibile anche nel caso dell’assenza di figli: a parità di reddito, un imprenditore (lavoratore autonomo) con il solo partner a carico risparmierebbe comunque il 17% tra imposte dirette e indirette, pari a 8.158 euro in meno all’erario.

Caso 3: l’imprenditore con figli risparmia il 20%

Un imprenditore, residente nel Lazio, guadagna una media di 48mila euro lordi l’anno dalla attività della sua azienda. È sposato e ha due figli, il primo alle scuole secondarie e il secondo nati da pochi mesi. La moglie non lavora, e la coppia ha ereditato un’abitazione in campagna. Qui il risparmio della flat tax, stando ai risultati del simulatore, si farebbe evidente sia in termini di imposte che di tempo: “sconto” del 20% sulle imposte complessive (da 22.386 euro a 12.676 euro: 9.710 euro in meno) e riduzione del 15% di quelle dirette (da 13.917 a 6.495 euro: una variazione di 7.422 euro). Senza contare il guadagno in termini di tempo: le pratiche di pagamento potrebbero essere chiuse il 5 di aprile invece che il 18 giugno. Due mesi e mezzo prima. Vista così, la “tassa piatta” sembra favorevole soprattutto a categorie a reddito medio-alto e propense all’attività privata. Ma in realtà a favorire la riduzione del carico fiscale è la presenza di un infante nel nucleo. Come spiega Nicola Rossi, membro dell’Istituto Bruno Leoni e fra i promotori della riforma, «il caso dell’imprenditore laziale è emblematico in quanto il risultato dipende in misura significativa dal favor della riforma verso i minori (in particolare i minori di età inferiore ai 3 anni) – dice La presenza di un infante vale infatti da sola circa 1.000 euro». Va detto, però, che il risparmio sarebbe sensibile anche nel caso dell’assenza di figli: a parità di reddito, un imprenditore (lavoratore autonomo) con il solo partner a carico risparmierebbe comunque il 17% tra imposte dirette e indirette, pari a 8.158 euro in meno all’erario.

Il sogno imperialista di Recep Tayyip Erdogan

Il presidente turco Recep Tayeb Erdogan è un dirigente ambizioso. Convinto della naturale superiorità della Turchia nei confronti dei paesi della regione, Erdogan sogna di essere riconosciuto come un sultano al pari dei suoi predecessori, i grandi Mehmed II, Suleyman o Selim, il primo tra tutti a portare il titolo di califfo.

Erdogan è un uomo dai tempi lunghi, meditativo e vendicativo, che ben conosce i motivi del declino della Turchia a partire dal 19.secolo. Distanziata tecnologicamente dall’Occidente. la Turchia era giudicata “l’uomo malato dell’Europa” e il suo impero si riduceva progressivamente. Simbolica l’emancipazione della Grecia dalla pesante tutela islamica degli Ottomani nel 1830, con il sostegno degli occidentali. Nello stesso anno, la Francia portava via ai sultani turchi grandi territori come la Tunisia e l’Algeria.

Adesso la Turchia crede che il momento della gloria sia tornato. Aggressiva all’interno e all’esterno delle frontiere, la nazione ottomana non nasconde più le sue intenzioni belligeranti e la voglia di conquista. Il doppio gioco del governo di Ankara in Siria e in Irak mostra la voglia di avere un controllo sulla regione e la simpatia di una parte dei suoi dirigenti per le ideologie islamiste estreme.

Il presidente Erdogan può fare tutto quello che vuole perchè nessuno osa opporsi alla sua autorità. Ha fatto discutere la sua intenzione di reintrodurre la pena capitale, con chi lo ha difeso dicendo che la Turchia è uno Stato sovrano e fa cosa vuole. E del resto, la pena capitale è applicata anche negli Stati Uniti e nessuno ci trova niente di sconveniente. […]

(Fonte :bvoltaire.fr)

Piccola Gerusalemme con pagoda e moschea

Costruito per celebrare al sommo della via Julia Augusta, le virtù di Ottaviano Augusto pacificatore: «Tra Lerice e Turbìa la più diserta, / la più rotta ruina è una scala, / verso di quella, agevole e aperta » (Purg., III, 49-51). In effetti, il col di Braus tra Sospel e l’Escarène ha messo a dura prova la vecchia auto e, reso onore al Trophée, ci tocca percorrere l’ultimo tratto, Nice-Puget, in autostrada. Fréjus è uno dei Forum Julii romani, il più strategico nel tempo, da Cesare a Carlo V (che la ribattezzò «Charleville» nel 1536) a Napoleone, che vi sbarca tornando dalla campagna d’Egitto nell’ottobre 1799. Conserva tutti i segni di una città romana: vestigia dell’acquedotto e del porto, teatro e anfiteatro: quest’ultimo anzi, con una tremenda iniezione di cemento armato, è tornato a funzionare come «arènes» municipali. La lanterna e la torre del faro del porto romano ancora offrono brandelli svettanti.

Ma siamo qui per altre ragioni: perché Fréjus è la sede della più antica pagoda e della più antica moschea (con quella di Parigi) di tutta la Francia: alla vigilia della prima Guerra mondiale il quartiere militare di Caïs si sviluppò, grazie al generale Joseph Gallieni, che aveva dimora nel Comune ed era stato nominato nuovo ministro della guerra. A Fréjus vennero dunque di stanza i «régiments coloniaux» (le truppe cioè reclutate in Indocina e in Senegal e Mali) in campi di «transizione climatica». Le installazioni militari continuarono ad ampliarsi sino al 1920 e vi trovarono posto appunto la pagoda Hông Hiên Tu, e qualche anno più tardi la moschea di Missiri, perché la “transizione” all’Occidente, per i soldati “indigeni”, fosse meno rude. È particolarmente significativa la motivazione che il capitano Abdel Kader Mademba (discendente da una famiglia di militari al servizio di un mito, la Francia, e padre di Claude Mademba Sy, 1923-2014, l’ultimo dei “tirailleurs” neri, ambasciatore poi del Senegal e strenuo difensore dell’uguaglianza dei diritti tra africani e bianchi quanto alle pensioni di guerra) adduce per la costruzione della moschea di Missiri: occorre «fornire al “tirailleur noir” l’illusione, più fedele possibile, della presenza di un ambiente analogo a quello ch’egli ha lasciato, affinché egli possa ritrovare la sera, nel corso di favoleggiamenti interminabili, gli echi del tam-tam riverberarsi sulle mura di una costruzione familiare, evocatrice di visioni capaci di mitigare la sensazione di isolamento che spesso lo assale e di collocarlo, in certo modo, nel contesto nativo». Pare a noi, mentre si discute di jus soli, che sarebbe necessario tornare indietro di un secolo…

La pagoda è ancora officiata, dopo un radicale restauro, e la moschea Missiri abbandonata: ma tra le più belle, nella sua semplicità, che si possano ammirare in Europa; penso a questo ricorrente indietreggiare della civiltà e forse, per converso, al «genius loci», esprit des lieux, che qui governa, se è vero che nativo di Fréjus era Emmanuel Joseph Sieyès (Fréjus, 1748 – Parigi, 1836), abate e poi vicario generale di Chartres nel 1787, ma soprattutto autore nel 1788 dell’Essai sur les privilèges e poi del pamphlet di inizio 1789, Qu’est-ce que le Tiers-État ?, testi fondatori della Rivoluzione francese. Basterebbe, di quest’ultimo saggio, ricordare l’ouverture: «Lo schema di questo scritto è semplice. Dobbiamo porci tre domande: 1°: Cos’è il Terzo Stato: TUTTO. 2°: Che cos’è stato sino ad oggi nell’ordinamento politico? NULLA. 3°: Che cosa chiede? Diventare QUALCOSA». A percorrere il testo, nutrito dalle «Lumières de la morale politique», animato dall0 «esprit d’égalité» («Tout est égal!»), sicuro della «marche de la Raison», erede di Rousseau, tutto dipendendo da: «l’action de la volonté commune», votato al riscatto del terzo Stato (i primi due, in Antico Regime, designando la nobiltà e il clero): «Il terzo Stato deve prendere atto, dal movimento delle idee e degli affari, ch’esso non può nulla sperare se non dai propri Lumi e dal proprio coraggio; la ragione e la giustizia sono dalla sua parte; bisogna ora che se ne assuma tutta la forza», si sente il fermento di un’evidenza che attende solo di essere riconosciuta nei «droits communs des citoyens». In verità la perorazione per i «nouveaux citoyens» non è solo per ottenere un’«Assemblée nationale» paritaria, ma raffrena una malcelata impazienza: «Bisogna che i Lumi conducano all’equità, per amore o per forza». L’imminenza di una «scissione» radicale entro la nazione sembra ormai ineludibile: «Le circostanze non permettono più il calcolo: bisogna avanzare o recedere, abolire o riconoscere dei privilegi iniqui e antisociali». E infine la parola «rivoluzione» è pronunciata, come un dato di fatto: «Si chiuderebbero invano gli occhi sulla rivoluzione che il tempo e la forza delle cose hanno operato; essa è una realtà. Un tempo il Terzo [scil. Stato] era servo, e la Nobiltà tutto. Oggi il Terzo è tutto, è Nobiltà è una parola»; e come un ferreo séguito di eventi: «Tutto sta nell’ordine sociale; se di esso trascurate una parte, ciò non sarà impunemente per le altre. E se date avvio al disordine, vi dovrete attenere alle sue conseguenze: e questa concatenazione è necessaria». La logica dell’ineluttabile…

Mentre seguo la bella idea dell’esprit des lieux, essi mi smentiscono: Fréjus è oggi una delle roccaforti del «Front national»: il sindaco David Rachline è uno sbrigativo autocrate e, nelle recenti elezioni presidenziali francesi, Marine Le Pen ha avuto, al primo turno, qui a Fréjus, una delle percentuali più alte di suffragi: 33,5 per cento.

Non c’è molto che consoli nella storia: la “rottura di memoria” tra le generazioni affligge tutta l’Europa e la fa regredire di secoli; prima di partire, mi concedo un’ultima puntata alla chapelle Notre-Dame-de-Jérusalem (1961-1965), concepita da Jean Cocteau e voluta dal banchiere Jean Martinon che intendeva creare, nel quartiere della Tour de Mare di Fréjus, una “città ideale” per artisti. La morte prematura dell’artefice, 11 ottobre 1963, interrompe l’opera che sarà compiuta dall’amico e sodale di Cocteau, Édouard Dermit, seguendo fedelmente gli schizzi preparatori del poeta. Poco prima di morire Cocteau scriverà a Jacques Maritain, il 28 settembre 1963: «Ho chiuso con telefonate e visite. A fine ottobre, misurerò le mie forze e andrò a Fréjus per prendere contatto con un’impresa che sogno altrettanto libera, altrettanto colma, che quella di Saint-Pierre de Villefranche [1957]». Non riuscirà: ma nel silenzio dei pini e della vegetazione mediterranea, la cappella, i suoi mosaici, le vetrate, sono uno scrigno di luminosa ricapitolazione della storia, di plenitudine volta a Gerusalemme. In fondo, mi dico partendo, è sufficiente che ogni generazione pensi a una Gerusalemme perfetta (come vedremo a Liebana), intatta, piena di luce, perché la speranza rimanga: «Di’ che Gerusamme è» (Paul Celan, I poli, 1969, da Dimora del tempo): «dillo, come se io fossi questo / tuo biancore, / come se tu fossi /il mio, // e potessimo esser noi senza di noi, / […] // tu ci avvolgi pregando / nella libertà»: du betest, du bettest / uns frei.

Bye bye genere umano ? Le api sono ufficialmente una specie in via di estinzione

Il United States Fish and Wildlife Service (USFWS) è un organismo federale statunitense che si occupa della gestione e della conservazione della fauna. Lo scorso 30 settembre, questo organismo ha ufficialmente classificato le api come specie in via di estinzione.

Le conseguenze di una scomparsa delle api avrebbero gravi conseguenze per la vita sulla terra, sino a minacciare la sopravvivenza della specie umana. Attraverso l’impollinazione, le api permettono la riproduzione del 80 % delle specie vegetali. La scomparsa, o una drastica diminuzione della popolazione di api causerebbe il crollo delle specie vegetali, con effetti devastanti per l’alimentazione degli animali e del genere umano.

Causa principale della morìa delle api è l’utilizzo sempre più aggressivo di insetticidi e pesticidi, ma vi sono anche altre cause. Ad esempio la deforestazione, l’inquinamento dell’aria, la riduzione delle risorse alimentari (quantità e qualità dei fiori che forniscono nettare e polline) e degli habitat, le infezioni causate dai parassiti, la competizione con le specie invasive, il cambiamento del clima, l’inquinamento prodotto dagli apparecchi tecnologici, ecc.

A titolo d’esempio, in Francia la mortalità delle api è drasticamente peggiorata, passando, in media, dal 5 % di 20 anni fa al 30 % attuale. La questione non riguarda solo gli apicoltori, ma l’intera popolazione. Un problema che, contrariamente a quanto accade, dovrebbe essere considerato e affrontato seriamente.

Per gli esuberi della Pa c’è la ricollocazione

La contrattazione collettiva nel pubblico impiego è disciplinata, in coerenza con il settore privato, partendo da un livello nazionale e un integrativo. La durata è triennale e viene stabilita in modo che vi sia coincidenza fra la vigenza della disciplina giuridica e di quella economica. Dall’ultimo rinnovo del 2009 non è stato più utilizzato il parametro dell’inflazione programmata per definire la base economica del rinnovo e anche per quello in corso, valido per il triennio 2016-2018, si partirà da una disponibilità di finanziamento fissata dal governo. I contratti integrativi (con premi di risultato) saranno invece definiti sulla base delle risorse che le diverse amministrazioni potranno mettere in campo. Dopo la riforma del pubblico impiego vale ricordare che gli accordi sindacati-Aran sono definiti fino a un massimo di quattro comparti di contrattazione collettiva nazionale, cui corrispondono non più di quattro separate aree per la dirigenza

Nel settore pubblico non si utilizzano gli ammortizzatori previsti nel privato. Il personale in esubero di un’amministrazione può essere posto in pre pensionamento, ove ne ricorrano le condizioni, oppure viene messo in disponibilità per essere ricollocato in altre amministrazioni. In questo status, che può avere una durata massima di 24 mesi, il lavoratore ha diritto ad un’indennità pari all’80% dello stipendio e dell’indennità integrativa speciale, con esclusione di qualsiasi altro emolumento

La riforma Madia (legge 124/2015) prevede che le amministrazioni si organizzino per l’attuazione del telelavoro e la sperimentazione, anche al fine di tutelare le cure parentali, di nuove modalità spazio-temporali di svolgimento della prestazione lavorativa che consentano, entro tre anni, che almeno il 10% dei dipendenti possa, se vuole, utilizzare questa forme di flessibilità. Si dovrebbe partire l’anno prossimo. Sono previsti, nei limiti delle risorse disponibili, anche possibilità di convenzioni con asili nido e scuole dell’infanzia, nonché accordi tra diverse amministrazioni pubbliche, che vengano attivati servizi di supporto alla genitorialità, aperti durante i periodi di chiusura scolastica.