OMS, lunedì riunione Comitato emergenza sul virus Zika

Lunedì 1 febbraio a Ginevra si riunirà il Comitato d'emergenza dell'Organizzazione mondiale della sanità (OMS) per discutere della situazione internazionale sul virus Zika. «L'OMS è profondamente preoccupato per la situazione in rapida evoluzione del virus Zika», ha sottolineato Margharet Chan, direttore generale dell'Organizzazione.

 

Secondo una stima della stessa OMS, il virus potrebbe infettare 3-4 milioni di persone nelle Americhe, 1,5 milioni delle quali soltanto in Brasile, dove sono nati circa 4.180 bambini con microcefalia.

 

Ci sono forti sospetti che tra questa malformazione nei neonati e il virus Zika contratto dalle donne in gravidanza ci sia un legame. «Voglio essere chiara: la relazione fra il virus Zika e le malformazioni non è stata ancora stabilita», ha spiegato Chan, ma questa relazione «è altamente sospettata». L’Oms ha anticipato che sta per essere pubblicato uno studio che dà un’ulteriore conferma.

Non ripetere gli errori di Ebola. Pochi giorni fa due scienziati dell’O’Neill Institute for National and Global Health Law di Georgetown (Usa), Daniel Lucey e Lawrence O. Gostin, sulle pagine di Jama avevano lanciato un appello perché non si ripetesse quanto avvenuto nel caso del virus Ebola, quando – questa è la tesi degli esperti – la mancanza di un intervento deciso dell’OMS nella fase iniziale della crisi è probabilmente costata migliaia di vite. Secondo i due infettivologi, se non si intraprendono immediatamente decise azioni contro il virus, le conseguenze possono essere molto gravi.

 

Virus Zika: ecco perché è emergenza sanitaria

Il virus Zika è stato dichiarato dall’Organizzazione mondiale della sanità emergenza internazionale di salute pubblica. Una misura presa per non spegnere l’attenzione su questo virus ritenuto preoccupante, soprattutto per il forte sospetto che l’infezione nelle donne incinte possa provocare gravi danni al feto, e per attirare fondi per la ricerca e organizzare una risposta coordinata su scala globale.

 

I precedenti. Non accade spesso che una decisione del genere venga presa. La prima volta è stata nel 2009, con la cosiddetta influenza suina, epidemia causata dal virus H1N1. Poi è avvenuto nel maggio 2014, quando sono riemersi alcuni casi di polio e la malattia, vicina all’eradicazione, sembrava sul punto di riemergere. Infine, nell’agosto del 2014 è stata la volta di Ebola.

Zika e i danni ai feti. Un’epidemia di infezione da virus Zika, fino ad oggi quasi sconosciuto, è confermata in oltre 20 Paesi dell’America Latina, compresi il Costarica e la Giamaica, annunciati ieri. Il motivo principale che ha portato alla dichiarazione di emergenza internazionale è proprio il nesso, ancora non provato ma fortemente sospetto, tra l’infezione in gravidanza e la microcefalia, cioè un difetto nello sviluppo cerebrale, dei feti. Mentre infatti l’infezione da virus Zika provoca negli adulti sintomi lievi che passano quasi inosservati, da luglio del 2015 è stato notato un insolito aumento dei casi di microcefalia nei neonati nella città brasiliana di Recife. La segnalazione, arrivata alle autorità sanitarie, ha portato a constatare che un incremento dei casi era corso anche nel resto del Paese.

 

 

 

microcefalia: Sospetti, ma non certezze. Per ora gli indizi che Zika sia correlato alla microcefalia sono forti, ma mancano ancora le prove dirette: non è semplice trovare la cosiddetta pistola fumante, ossia la relazione incontrovertibile. Questo perché la microcefalia è una condizione rara, che si manifesta per alcune condizioni genetiche, tra cui la sindrome di Down, e si sa che è collegata anche ad alcune altre infezioni, non a caso considerate molto pericolose in gravidanza, come la toxoplasmosi, la rosolia e l’infezione da citomegalovirus (Herpes Virus).

 

Nel caso di Zika, se la microcefalia è davvero una complicanza, sicuramente è rara. Infatti, al di fuori del Brasile non è stato osservato un aumento dei casi collegato in modo sicuro al virus, e nessuna conseguenza del genere è emersa (o almeno non è stata notata) nella prima epidemia di Zika studiata più attentamente, avvenuta in un’isola della Micronesia nel 2007.

 

È vero però anche che la popolazione dell’isola ammontava a 12 mila persone, mentre il caso del Sudamerica è il primo in cui le infezioni riguardano un intero continente. Anche se la complicazione è relativamente rara, su una popolazione grande è più facile che i casi emergano.

 

 

 

C’è comunque ancora una grande incertezza sui numeri: i casi riportati di microcefalia ammonterebbero a 3.700 in pochi mesi del 2015, contro i meno di 150 del 2014, ma sono cifre da confermare.

 

emergenza zanzare. Quello che è sicuro è che, come ha osservato Andrew Revkin, un autorevole blogger su temi ambientali del New York Times, i paesi dell’America Latina al momento, più che un’emergenza Zika stanno fronteggiando un’emergenza zanzare.

 

La specie Aedes aegypti, responsabile della trasmissione di questo virus e di altri ben più noti, come la febbre gialla, la Dengue e la Chikungunya, dopo essere stata ritenuta eradicata o sotto controllo per decenni, è di nuovo esplosa. In passato il contenimento delle zanzare era stato fatto con il DDT: ma il para-diclorodifeniltricloroetano, proibito negli anni '70 negli Usa e in molti Paesi, Italia compresa, è da molti ritenuto un'opzione non sostenibile, perciò i ricercatori stanno studiando soluzioni alternative.

 

 

Esperimenti in corso. L'azienda britannica Oxitec, di proprietà della statunitense Intrexon (entrambe operanti nell'ambito dell'ingegneria genetica), ha sviluppato zanzare A. aegypti geneticamente modificate per produrre prole che non raggiunge l’età adulta. Si pensa di rilasciare in natura un numero massiccio di esemplari maschi – che non pungono le persone – in modo che si accoppino con le femmine “normali” e producano generazioni di zanzare che vivendo poco non possono a loro volta riprodursi. In questo modo, si arriverebbe a una drastica diminuzione della popolazione di zanzare.

In Brasile sono già attivi due stabilimenti nei pressi di San Paolo dove vengono prodotti questi insetti, e sono in corso i primi test sul campo. Negli Stati Uniti, invece, la Food and Drug Administration (FDA) sta valutando se autorizzare o meno il rilascio in natura delle zanzare modificate, che secondo alcuni esperti deve ancora essere valutato e "pesato" nel lungo termine. 

 

Un altro approccio testato a Rio de Janeiro è quello di infettare in laboratorio le zanzare A. aegypti con un batterio, del genere Wolbachia, che normalmente non infetta questa specie, ma che una volta nel corpo delle zanzare blocca la replicazione del virus rendendone difficile la trasmissione. Se le zanzare infettate dal batterio, che si trasmette con le uova, diventano predominanti nell'ambiente rispetto a quelle "normali", potrebbe diminuire la trasmissione agli umani dei virus di cui sono portatrici le zanzare. Questo metodo è già sperimentato in Indonesia e in Vietnam per vedere se è in grado di ridurre la trasmissione della febbre Dengue. Ma ci vorranno anni di studi e molto denaro per capire se questi approcci possono per davvero funzionare.

Regno Unito, via libera all’editing genetico su embrioni umani

Un gruppo di biologi inglesi ha ricevuto dalla Human Fertilisation and Embryology Authority (HFEA) – l'ente del Ministero della salute britannico che regolamenta le ricerche su embrioni, cellule uovo, spermatozoi e fertilità – l'autorizzazione a effettuare esperimenti di editing genetico su embrioni umani.

 

La prima volta in occidente. Il team, guidato da Kathy Niakan, del Francis Crick Institute di Londra, sarà il primo gruppo di ricerca al di fuori della Cina a tentare la promettente ma controversa tecnica CRISPR/Cas9 sull'uomo. Scopo del progetto è capire, con la disattivazione mirata di specifici frammenti di DNA, quali geni governano le prime fasi di sviluppo cellulare dell'embrione, e risalire così alle cause dei numerosi aborti spontanei che si verificano nelle primissime fasi di una gravidanza.

Solo 14 giorni. La ricerca si svolgerà su embrioni donati da coppie che hanno effettuato trattamenti di fecondazione in vitro, che saranno studiati nei primi sette giorni di sviluppo, nel passaggio dalla singola cellula uovo fecondata a 250 cellule. Gli embrioni saranno disponibili per soli 14 giorni e a solo scopo di ricerca, e non sarà consentito impiantarli in nessuna paziente.

 

Tentativi mirati. Niakan e colleghi potranno utilizzare la CRISPR/Cas9 – una tecnica, già sperimentata sugli animali, che consente di intervenire con precisione molecolare su specifiche parti del DNA – per attivare e disattivare singoli geni in embrioni di un giorno di vita, e vedere, dopo sette giorni, gli effetti dell'intervento.

 

 

 

Che cosa va storto? Durante la prima settimana di sviluppo dell'embrione le cellule cominciano a differenziarsi. Alcune formeranno la placenta e il sacco vitellino, altre il feto. I biologi pensano di aver identificato i geni che presiedono a questa forma di organizzazione, le disfunzioni dei quali potrebbero essere all'origine degli aborti spontanei che possono verificarsi poco dopo l'impianto. L'unico modo per essere sicuri delle loro funzioni è provare a disattivarli: la tecnica servirà a verificare il ruolo di tre o quattro geni, in particolare del gene OCT4.

 

Le reazioni. Gran parte dei medici britannici che si occupano di infertilità ha accolto con favore la notizia, in ragione dell'importanza del progetto e delle ripercussioni che i dati potrebbero avere nella cura delle interruzioni spontanee di gravidanza.

 

 

 

Implicazioni etiche. Altri criticano la decisione, perché ritengono che l'esperimento di Niakan sia un primo passo verso embrioni su misura, o persino apripista di esperimenti di eugenetica, con modificazioni del DNA che avrebbero conseguenze impredicibili qualora dovessero sconfinare di laboratori.

Parte della comunità scientifica teme invece che il dibattito suscitato su questo progetto possa ritardare altri usi, meno controversi, della stessa tecnica, per esempio nei trattamenti per condizioni come la distrofia muscolare o l'anemia falciforme.

Il virus Zika trasmesso per via sessuale negli Stati Uniti

Le autorità sanitarie di Dallas, in Texas, hanno reso noto il 2 febbraio il caso di un residente locale contagiato da virus Zika, il primo episodio di infezione da febbre Zika confermato negli Stati Uniti. Il paziente, il genere e l'identità del quale non sono stati resi noti, avrebbe contratto il virus tramite rapporti sessuali con una persona di ritorno dal Venezuela, un paese in cui Zika si sta rapidamente diffondendo.

Rari casi. Il virus Zika è solitamente trasmesso dalle zanzare del genere Aedes, le stesse che diffondono dengue e chikungunya (una malattia tropicale caratterizzata da febbre acuta). Ma in alcuni casi isolati è stata confermata la possibilità di una sua trasmissione sessuale.

 

I precedenti. Nel 2008 un ricercatore statunitense che aveva contratto il virus in Senegal lo trasmise per via sessuale alla moglie, al suo ritorno in Colorado. Nel 2013, tracce di virus Zika sono state trovate nello sperma e nell'urina di un uomo che aveva contratto il virus a Tahiti, anche dopo che Zika era scomparso dal suo sangue.

 

Sesso sicuro. I casi di trasmissione sessuale sono ancora rari, in confronto agli 1,5 milioni episodi di contagio già avvenuti attraverso punture di zanzare. Ma l'episodio sottolinea l'importanza di proteggere se stessi o i partner sessuali nel caso di passaggio nelle zone in cui è diffusa l'epidemia (il preservativo è la migliore barriera).

In passato sono stati riportati anche alcuni isolati episodi di trasmissione attraverso trasfusioni di sangue o da madre a neonato, durante il parto.

 

 

A cosa serve cospargere i bambini nati con il cesareo con i batteri vaginali della mamma?

Tamponare un bambino appena nato con parto cesareo con garze imbevute dei batteri vaginali materni potrebbe avere benefici sul suo microbioma, cioè sul complesso di batteri, funghi, virus ecc ospitati dentro e sopra di noi. È la conclusione di uno studio su una procedura sperimentale, compiuta finora su quattro neonati soltanto, descritta su Nature Medicine. 

 

L'esperimento, condotto da Jose Clemente, immunologo della Mount Sinai School of Medicine in New York, mira a simulare, nei bambini nati mediante intervento chirurgico, l'esposizione batterica che vivono i neonati partoriti naturalmente.

 

 

Passaggio mancato. Durante la transizione dall'utero al mondo esterno, i bebè ingeriscono alcuni dei primi batteri che colonizzeranno il loro intestino. Nei figli nati con cesareo, questo passaggio manca. Il loro microbioma è composto di batteri diversi e – forse anche a causa di questo diverso mix – saranno, in età adulta, lievemente più inclini a sviluppare obesità, diabete, asma, allergie alimentari o ai pollini.

 

Da mamma a neonato. Nessuno studio afferma con certezza che queste ripercussioni immunitarie dipendano dalla composizione del loro microbioma. Tuttavia, Clemente e colleghi hanno voluto sperimentare una semplice idea: poco prima di cesarei programmati, ad alcune donne è stata data una garza sterile ripiegata su se stessa, da inserire per un'ora in vagina. Rimossa prima dell'intervento, a 2 minuti dalla nascita la garza è stata poi tamponata su tutto il corpo del bambino.

 

Molto simili. Lo studio ha coinvolto un ristretto campione di 18 partorienti, 11 delle quali hanno subito un cesareo. Tra queste, 4 hanno eseguito la procedura. Nel primo mese di vita, i neonati tamponati con la garza hanno mostrato – rispetto ai bambini che non avevano eseguito la procedura – comunità batteriche più simili a quelle dei bambini nati naturalmente (in particolare sulla pelle, nella bocca e nell'intestino). Una nuova, più ampia ricerca su 75 neonati dovrebbe accertare le conseguenze a lungo termine, fino a un anno dalla nascita.

 

Quali effetti? È presto per dire se la procedura possa garantire benefici a lungo termine. Quel che è certo è che – se eseguita in ambiente ospedaliero e sterile – è semplice, economica e poco invasiva. Un bagno di batteri potrebbe non sembrare il massimo, ma è quello cui lo stesso bambino andrebbe incontro passando per il canale vaginale. Per di più le donne coinvolte sono state testate per escludere la presenza, nel loro microbioma, di batteri pericolosi come lo Streptococco del gruppo B.

 

No al fai da te. In attesa di certezze, la cautela è d'obbligo. In caso la madre fosse obesa o con diabete, per esempio, l'esposizione ai suoi batteri potrebbe non essere d'aiuto; allo stesso modo, gli esperti sconsigliano di tentare la procedura in modo autonomo, prima che eventuali benefici siano confermati.

 

 

Le bugie nel piatto: superfood e diete killer

Il palco del Piccolo Teatro di Scheggino, alle porte di Spoleto, ha ospitato la tavola rotonda sull'alimentazione organizzata da Focus nella cornice della tappa umbra di Panorama d’Italia, la live conference di Panorama.

 

Il ruolo dell'EFsA. Vista l'attenzione che c'è non soltanto per quello che si mangia, ma anche per quanto si acquista al supermercato, Barbara Gallani ha spiegato che cosa fa l'EFSA, l'organismo europeo con sede a Parma incaricato di vigilare sui cibi e gli alimenti, per tutelare i consumatori (min 13’00”) e per rendere le etichette dei prodotti alimentari sempre più complete e semplici (min 15’00”).

 

L'olio di palma. Al minuto 18 si è parlato di un tema molto caldo: l'olio di palma fa bene, fa male, fa niente? Argomento complicato che in 10 minuti è stato sviscerato da tutti gli esperti. Spisni ha sottolineato come se ne prendesse troppo in passato e come non sia un "veleno". Carla Lertola ha dato invece una serie di consigli molto pratici per limitarne l'assunzione (min 19 e 50''). Valentina Bolli ha spiegato (min 25 e 40'') che cosa sono i carotinoidi e in generale i grassi saturi contenuti nell'olio di palma e perché lo si utilizza così tanto.

 

SuperFood. Incalzato da una domanda di un medico (min 28) il panel di esperti di Focus ha parlato di curcuma, zenzero e di tutti i cosiddetti superfood. In particolare Spisni ha spiegato come impiegare grandi quantità di curcuma o zenzero per le loro supposte qualità antitumorali sia inutile e sbagliato (min 29 30'') mentre Gallani (min 31 39'') ha fatto presente l'impegno dell'Unione Europea per cercare di validare scientificamente gli effetti dei superfood.

 

Gli integratori magici. Grande interesse da parte del pubblico anche per il mondo degli integratori alimentare (min 36 25''). Sul tema gli esperti di Focus sono stati molto compatti: nessun integratore è efficace ha spiegato Spisni (min 37 21'') mentre Bolli (min 38 45'') ha sottolineato come il loro utilizzo crei molti alibi a chi cerca di dimagrire e non favorisca un corretto stile di vita alimentare.

 

La diretta Facebook si è interrotta brevemente ed è ripresa nel video qui sotto.

 

 

Impegno e stile di vita. Carla Lertola (all'inizio del secondo video) ha ribadito come per dimagrire dobbiamo diventare protagonisti della nostra vita e non affidarci alle "pillole" che peraltro non si possono prendere per sempre. Spesso il concetto di dieta è comunemente associato alla privazione dei piaceri del cibo: si tratta in realtà di un errore, perché la parola “dieta” deriva dal greco δίαιτα (diaita), che significa “stile di vita”.

 

Olio d'oliva, come riconoscere quello buono? Il panel ha risposto anche a una domanda sulla qualità dell'olio d'oliva (min 2 30'' del secondo video) ed è tornato ancora sul tema della curcuma come antitumorale (min 14) spiegando come le interferenze tra integratori alimentari e farmaci siano molto complesse e ancora poco conosciuti (min. 14 40'') e sulle differenze tra farmaci e integratori (min 15 30'').

 

Gluten free. Il pubblico ha poi chiesto lumi su celiachia e intolleranze al glutine (min 18) . Gli ospiti sul palco hanno confermato come in molti casi la scelta di eliminare dalla propria dieta certi alimenti senza aver consultato uno specialista sia inutile se non dannosa. No quindi al fai-da-te e ai test bufala (min 21 30'').

 

VEGANO SÌ, VEGANO NO. Gli esperti hanno poi affrontato il tema della dieta vegana (min 25 06''): diverse istituzioni scientifiche la annoverano tra le diete più salutari, ma va comunque affrontata con attenzione e responsabilità.

 

Occorre fare attenzione agli squilibri e sopperire, laddove serva, alle opportune integrazioni con le vitamine normalmente presenti nei cibi di origine animale. Dunque se si vuole seguire un regime vegano, va seguito sotto controllo (Valentina Bolli min 25 20'' e Enzo Spisni min 31 45'') e con attenzione.

 

FATTO COLAZIONE? Sia il pubblico in sala sia quello su Facebook hanno fatto numerose domande sulla colazione, il pasto più importante della giornata: qual è una colazione sana? I tre esperti (dal minuto 33 03'') hanno spiegato cosa è meglio mangiare al mattino.

 

 

 

Pasta e grano. Spisni (min 40 18'') ha sottolineato come noi italiani mangiamo più pane e pasta degli altri e che il 70% della pasta prodotta in Italia è fatta con grani provenienti dall'estero. Come per il latte, l'anno prossimo potrebbe diventare obbligatorio indicare nelle etichette la filiera del grano.

 

OGM. Non poteva mancare una domanda sugli OGM (min 45 13''). Barbara Gallani ha spiegato come funzionano le leggi europee e come i consumatori italiani siano tutelati. Spinsi ha sottolineato come il ricorso agli OGM non sia necessario, soprattutto in Italia. 

 

Surgelati. Una questione molto pratica (min 48 45'') e una domanda molto semplice: i surgelati fanno bene o fanno male? 

Valentina Bolli ha spiegato che c'è differenza tra piatti pronti all'uso (più problematici) e gli alimenti veri e propri (più sani). Guardare l'etichetta è fondamentale, per capire se sono calorici e se hanno molti grassi.

Barbara Gallani ha sottolineato come surgelare alcuni alimenti permette di evitare lo spreco alimenta dei cibi.

Carla Lertola, invece, ha spiegato come alcuni alimenti (per esempio i cefalopodi) ci guadagnano, in gusto, con il surgelato. Spinsi ha però messo in guardia: non deve sostituire completamente il fresco.

 

Cibi integrali. Verso la fine dell'incontro la platea si è riscaldata e ha fatto varie domande. Tra queste una sul riso integrale e sui cibi integrali in genere (min 55 30''). Spinsi ha sottolineato i moltissimi vantaggi dei cibi integrali (dai nutrienti alla glicemia fino alla presenza di fibre), mentre Lertola ha ribadito come è meglio preferire l'integrale, ma sempre senza escludere il resto. In altre parole: l'equilibrio è tutto. 

 

Bevande. Attenzione alle quantità di alcol (1h02'10''): Bolli ha dato i numeri precisi e ha messo in guardia  dalle bevande zuccherate (una tantum sì, tutti i giorni no). Lertola invece ha spiegato come (e quanto) bere il caffè. Infine sono stati dati i consigli sulle bevante per le donne in gravidanza.

 

 

L'intervista a Barbara Gallani (responsabile del Dipartimento Comunicazione e Relazione esterne di EFSA)

 

L’abbronzatura fa bene o fa male?

Il sole fa bene, la tintarella è salutare ed evita la depressione, basta la crema per non rischiare scottature… Arriva la bella stagione, le vacanze sono alle porte e su giornali, televisioni e radio si leggono e sentono i soliti falsi miti sull'abbronzatura.

 

 

L'abbronzatura è a tutti gli effetti il modo con cui il nostro corpo si difende dal sole. Tutto merito della melanina, un pigmento che viene prodotto quando siamo colpiti dal Sole e che ha il compito di proteggerci dai raggi ultravioletti (Uv). (Vedi multimedia)

 

 

Il 5% dei raggi viene riflesso, ma il resto penetra nei tessuti e la luce inizia a riflettersi sulle cellule. Parte dell'energia viene assorbita da queste ultime, quella che rimane passa agli strati sottostanti dell'epidermide. Ed è qui che incontra i melanociti, cellule particolari che producono la melanina.

Per molti anni si è pensato che l’esposizione alla luce solare fosse la principale causa del cancro della pelle; oggi la visione dei rapporti tra raggi ultravioletti e tumori è più complessa: da un lato studi recenti hanno confermato che l’esposizione aumenta il rischio di sviluppare tumori della pelle e sottolineato l’importanza di adottare sempre, soprattutto nei bambini, misure preventive; dall'altro, nuovi dati hanno dimostrato che la luce solare, permettendo all’organismo di disporre di adeguati livelli di vitamina D, riduce il rischio di sviluppare tumori di altri organi.

 

Sole e tumori. L’eccessiva esposizione ai raggi Uv rimane comunque uno dei principali fattori di rischio per lo sviluppo dei tumori meno aggressivi, quelli che originano dal rivestimento cutaneo (carcinomi baso e spinocellulari, vedi sotto). Per il melanoma, potenzialmente più aggressivo, i fattori di rischio sono conosciuti solo in parte. Alcuni sono legati strettamente alla persona, ovvero la predisposizione familiare e la presenza di nei e lentiggini – soprattutto se numerosi e di grosse dimensioni, dai bordi irregolari, di forma e colore variabile – e il fototipo (occhi, capelli e pelle chiara).

 

I melanociti si trovano in tutto il corpo ma la loro densità cambia da regione e regione. Nel viso se ne trovano quasi 300 mila per mm2, ma nell'interno avambraccio sono poco più di 100 mila. L'intensità dell'abbronzatura non dipende però dal numero di melanociti, ma dalla quantità e dal tipo di melanina prodotta.

 

Per queste persone l’esposizione al sole – senza adeguate protezioni – è estremamente pericolosa, anche se il sole rappresenta solo il fattore scatenante, soprattutto quando le scottature sono avvenute in età infantile.

 

Nonostante l’effetto protettivo dell’abbronzatura, i raggi Uv riescono a penetrare e raggiungere il derma. E qui cominciano i guai e gli effetti negativi.

 

In primo luogo possono danneggiare il Dna delle cellule della pelle. Nella maggior parte dei casi questi danni vengono riparati, oppure portano alla morte delle cellule stesse. A volte, però, possono trasformare qualche cellula in senso canceroso, provocandone una crescita incontrollata.

Le radiazioni ultraviolette modificano il patrimonio genetico della cellula perché alterano le basi azotate che costituiscono il DNA, formando legami anomali. Queste alterazioni, se non vengono riparate, possono impedire la normale replicazione del DNA e portare alla comparsa di mutazioni che, a loro volta, possono causare tumori. La cellula è normalmente dotata di meccanismi di riparazione, uno dei quali prevede l’eliminazione di legami anomali tra le basi di DNA e la sostituzione del tratto di DNA danneggiato con uno di nuova sintesi. In una rara malattia ereditaria, lo xeroderma pigmentoso, per esempio, i meccanismi di riparazione del DNA sono alterati e chi ne è affetto è molto sensibile ai danni provocati dalla luce solare e ha un elevato rischio di sviluppare tumori della cute. Si ipotizza che, anche nel caso del melanoma non ereditario debbano esistere, nell’individuo, una o più alterazioni genetiche che compromettono questo meccanismo e favoriscono la comparsa del tumore.

 

 

 

 

Il carcinoma spinocellulare nasce dalle cellule più superficiali dell’epidermide ed è la forma di tumore cutaneo più chiaramente associato all’esposizione cronica e cumulativa al sole. È il più frequente tra coloro che lavorano all’aperto, colpisce prevalentemente le parti del corpo più esposte, quali viso, orecchie, collo, cuoio capelluto, spalle e dorso. Difficilmente dà luogo a metastasi e si cura con facilità.

 

Le macchie displasiche invece sono più grandi di un neo (più di 5 millimetri), hanno colore variabile e forma irregolare.

 

Come detto, il melanoma può nascere da un neo o assomigliargli. I nei sono piccole escrescenze cutanee, di solito scure, di dimensioni varie, fino a 2,5 centimetri di diametro. Generalmente di colore marrone scuro, ma anche color carne o giallo e talvolta rosso, possono essere piatti o rilevati, lisci o ruvidi (simili a verruche). Tutti abbiamo dei nei, che si sviluppano durante l’infanzia e ci accompagnano per tutta la vita.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una classificazione nuova. Uno studio recente propone di affiancare altre cinque lettere: HARMM (mimando la parola inglese harm, cioè danno).

 

M corrisponde a Male, il sesso maschile.

 

Maggiore è il riscontro di questi fattori, più crescono le probabilità di melanoma. Comunque, per molti dermatologi, la definizione più semplice e pratica è quella del “brutto anatroccolo”: il melanoma, infatti, è diverso da tutti gli altri nei.

 

L’autoispezione della pelle è una prevenzione raccomandata quanto l’autopalpazione del seno per le donne e andrebbe fatta ogni 6 mesi. La regola dell’ABCDE è utile per ricordare gli elementi principali di allarme, ma non sufficiente per una diagnosi corretta per la quale è necessario effettuare un esame più approfondito delle lesioni cutanee.

 

 

A scopo preventivo è consigliabile, verso i 30 anni di età, effettuare dal dermatologo la mappatura dei nei, così da avere uno schema di riferimento per eventuali cambiamenti.

 

 

 

 

 

 

 

 

La crema va spalmata prima di uscire e di esporsi al sole. L'efficacia dei filtri solari nei confronti dei raggi UvB si valuta con il fattore di protezione (Sun Protection Factor: SPF). Bassa quando è tra 6 e10; media se da 15 a 25; alta da 30 a 50; molto alta se superiore. Vanno usati con generosità (25-30 grammi di prodotto per un adulto), spalmati accuratamente, riapplicati dopo il bagno e anche dopo una sudata.

 

 

Gli autoabbronzanti sono coloranti dello strato corneo e non sono dannosi. La loro capacità pigmentante è dovuta a uno zucchero che si lega alla cheratina, una proteina dell’epidermide. Questo legame dà luogo a composti nuovi, colorati per l’appunto. Nel giro di qualche giorno, visto il ricambio continuo tipico delle cellule superficiali della pelle, l’effetto bruno scompare. Ma attenzione: gli autoabbronzanti non proteggono dalle scottature e dagli eritemi, a meno che non siano addizionati di filtri.

 

Global Drug Survey 2017: inchiesta sull’uso di sostanze stupefacenti

Il Global Drug Survey (GDS), ente di ricerca indipendente con base a Londra, ha pubblicato il Report 2017 sui consumi di droghe (riferiti all'anno 2016): è uno studio su 115.523 persone di oltre 50 Paesi del mondo che si sono dichiarati "consumatori di droghe" (compresi 3.500 italiani). Come le precedenti, questa edizione della ricerca è molto articolata e consente di mettere età, genere, etnia, livello di studi e altre informazioni in relazione all'uso di stupefacenti. Tra l'altro, permette di stilare una sorta di classifica di pericolosità delle droghe più utilizzate.

 

Lo studio però non indaga i danni a breve, medio o lungo termine delle sostanze considerate. Con pericolosità è in questo caso intesa invece la necessità di assistenza medica urgente perché in grave stato confusionale, privi di conoscenza o a rischio di vita come conseguenza dell'assunzione di una sostanza.

 

 

 

Nel 2017, il più alto numero di interventi medici in emergenza si è avuto con le metanfetamine: 4,8 su 10 (ossia 1 su 2, il 50%, al netto delle frazioni statistiche), nell'arco dell'inchiesta e tra quanti hanno dichiarato di fare uso abituale di queste sostanze, indipendentemente dal genere (maschi/femmine) e dal metodo (orale, per inalazione o per endovena). Segue la cannabis sintetica (K2, Spice, Black Mamba…): in questo caso 3 consumatori su 10 dichiarano di aver avuto bisogno di assistenza sanitaria urgente nel periodo considerato. Seguono nell'ordine alcol (lo studio rileva anche l'uso/abuso di alcolici, tabacco e mix di tabacco e stupefacenti oltre a oppiacei e altre sostanze d'uso farmacologico), MDMA/ecstasy, amfetamine (speed, ossia mix di amfetamine, metanfetamine e amfetamino-simili), cocaina, LSD e cannabis – tutte nell'ordine di 1 trattamento sanitario urgente ogni 10. Il fanalino di coda lo fanno i funghi allucinogeni, con una media di 1 trattamento sanitario ogni 50, ma la ricerca non distingue tra psicoattivi e inebrianti.

 

 

 

Deduzioni complesse. Il rapporto non è uno "studio scientifico" nel significato più rigoroso che si dà a questa espressione: il GDS non si appoggia a laboratori medici e non accede a dati clinici. Il metodo usato è descritto in dettaglio sulle sue pagine online, ma in estrema sintesi si può riassumere in "interviste e dichiarazioni volontarie". Questo è allo stesso tempo un punto di forza e una debolezza del lavoro: un punto di forza perché in assenza di qualsivoglia pressione le dichiarazioni degli intervistati possono essere più veritiere, una debolezza perché non c'è controllo sui fattori clinici e psicologici che possono falsare la realtà percepita.

 

Nonostante l'insanabile contraddizione, il lavoro resta comunque un punto di riferimento per tutti coloro che si occupano professionalmente di dipendenze.

Quanti sono davvero allergici al cibo?

Di allergie e intolleranze alimentari si parla sempre di più, e nella vita quotidiana ci si imbatte in continuazione in persone che si definiscono allergiche o intolleranti a qualche alimento. Ma quante ne soffrono davvero? Sorprendentemente, non c’è una risposta precisa. Un nuovo studio quantifica il fenomeno, fornendo un quadro più definito della reale diffusione del disturbo nella popolazione occidentale.

 

Meno del previsto. Un gruppo di ricercatori della Harvard Medical School ha analizzato i dati sanitari di 2,7 milioni di adulti, registrati nell’area di Boston, individuando circa 97mila casi di persone che si erano presentate in ospedale o erano andati dal medico per una reazione avversa causata dal cibo: orticaria, vomito, difficoltà respiratorie, starnuti, fino allo shock anafilattico. Complessivamente, quindi, la percentuale di persone con allergie al cibo è risultata del 3,6 per cento, equivalente a meno di una persona su 25 per la popolazione degli Stati Uniti, un numero inferiore a quanto si riteneva fino ad ora.

 

 

 

Stime variabili. Le stime più recenti indicavano infatti come affetta da una qualche allergia alimentare il 5 per cento degli adulti e l’8 per cento dei bambini. Ma le cifre variano anche di molto, e addirittura oscillano tra l’uno e il venti per cento. Uno dei motivi è che spesso queste statistiche si basano su sintomi riportati da pazienti e su test non standardizzati. Distinguere e diagnosticare tra allergie e intolleranze alimentari, inoltre, non è semplice neppure per i medici.

 

Allergie vs intolleranze. La scienza fa una distinzione precisa tra allergie e intolleranze alimentari. Sono considerate allergie le reazioni di ipersensibilità a un cibo in cui è coinvolto il sistema immunitario, che riconosce come nemico da attaccare una particolare proteina contenuta in quell'alimento e gli scatena contro una categoria di anticorpi chiamati immunoglobuline, le quali a loro volta, tramite una catena di reazioni, provocano i sintomi tipici: dal gonfiore al prurito fino alla caduta della pressione sanguigna e, nei casi più gravi, difficoltà respiratorie e choc anafilattico.

 

 

 

Le intolleranze sono invece tutte le reazioni in cui non entra in gioco il sistema immunitario, per esempio quelle causate da carenza dell’enzima che deve digerire un certo alimento (la più tipica è quella al lattosio, lo zucchero contenuto nei latticini), oppure da una reazione ad alcuni cibi ricchi di sostanze come l’istamina, presente nel vino, nella birra, nel cioccolato, nel tonno, o la tiramina, contenuta in molti formaggi stagionati.

 

 

La distinzione appare netta, ma nella realtà riconoscere un’allergia, distinguerla da un’intolleranza, diagnosticarla e curarla non è banale.

 

Se il problema è la nocciolina. Secondo una ricerca recente, molte diagnosi di allergia all’arachide, assai diffusa nei paesi del nord Europa e negli Stati Uniti, più rara in Italia, sono false. E le persone che reagiscono a un tipo di frutta a guscio, potrebbero in realtà non avere problemi con altre, anche se i test diagnostici risultano positivi. Ben il 96 per cento dei partecipanti allo studio, allergico all’arachide, ha potuto consumare senza problemi altri tipi di frutta a guscio.

 

Paese che vai, allergia che trovi. La frequenza nella popolazione di allergie alimentari varia inoltre molto da un posto all’altro: in Europa, nocciola e mela sono i due cibi che portano più frequentemente gli abitanti a rivolgersi all’ospedale. Un allergene “emergente” è costituito dai semi di girasole, mentre in Svizzera è diffusa l’allergia al sedano rapa.

 

 

Fentanyl, la droga che uccide in un solo respiro

L'epidemia di abuso di oppiacei che da qualche tempo preoccupa gli Stati Uniti non accenna a placarsi: secondo alcuni dati preliminari diffusi qualche giorno fa dalla US Drug Enforcement Administration, nel 2016 i casi di overdose sarebbero aumentati del 20% rispetto all'anno precedente, con oltre 59 mila decessi dovuti all'abuso di stupefacenti.

 

L'ultima e più grave minaccia nella famiglia degli analgesici è un oppioide sintetico chiamato Fentanyl, da 50 a 100 volte più potente della morfina: inizialmente sviluppato negli anni '60 per uso clinico, si sta ora diffondendo tra le droghe di strada dove spesso è mischiato e spacciato con eroina o altre sostanze.

 

In ambito clinico è impiegato in cerotti transdermici, lecca-lecca o pastiglie per la terapia del dolore cronico dei malati di tumore; in ambito criminale viene sintetizzato dai cartelli della droga messicani a un costo più basso di quello necessario per produrre eroina, con cui spesso viene mischiato per renderla più potente. 

 

Il cantante americano Prince sarebbe morto il 21 aprile 2016 proprio per un'overdose di Fentanyl, farmaco che assumeva per alleviare il dolore causato da un operazione alla gamba. Il Fentanyl, infatti, è così potente che è facile andare in overdose, anche inavvertitamente ed è molto difficile dosarne la quantità giusta: quella in grado di uccidere una persona potrebbe essere giusta per alleviare il dolore di un’altra.

 

Uno dei partecipanti a uno studio australiano sul Fentanyl commentò l’efficacia del farmaco dicendo che una volta provata «non si può tornare indietro», perché gli altri oppiacei, a confronto «sono merda».

 

Respiro fatale. La sua crescente popolarità è un pericolo sia per chi ne fa uso, sia per addetti alla sicurezza e personale sanitario: la sola inalazione di poche particelle di Fentanyl può risultare letale. Lo scorso mese, un ufficiale di polizia dell'Ohio è collassato per aver respirato minuscole tracce della droga che stava scuotendo via dalla divisa: l'uomo non è deceduto, ma ha avuto bisogno di quattro dosi consecutive di trattamento per overdose.

 

Dalla nascita. Secondo quanto riportato dai CDC, i Centri per il Controllo e la Prevenzione delle malattie americani, tra 2014 e 2015 le morti per overdose dovute agli oppioidi sintetici come il Fentanyl sarebbero cresciute del 72%. Soltanto nel 2014 più di 18 mila statunitensi sono morti per overdose da oppioidi regolarmente prescritti. Di questi, 700 decessi sono dovuti al Fentanyl: se il numero vi sembra statisticamente irrilevante è perché il farmaco, per la sua pericolosità, è prescritto pochissimo.

 

La dipendenza da analgesici avrebbe fatto impennare anche il numero di nascite di bambini con astinenza neonatale (una patologia causata dalla brusca cessazione, al momento del parto, della somministrazione di sostanze chimiche – spesso stupefacenti – assunti dalla madre durante il periodo di gestazione e trasferite al feto).

 

Nella Virginia occidentale, lo stato americano con il più grave bilancio di vittime per overdose nel 2015, stanno aumentando i neonati con dipendenza da carfentanyl, un derivato del fentanyl 10 mila volte più potente della morfina.

 

Precauzione. Proprio per il rischio che il normale commercio di un oppioide potesse degenerare in abuso, qualche giorno fa la Food and Drug Administration ha ritirato, per la prima volta con questa motivazione, un analgesico (l'Opana ER) dal mercato.