Virus Zika: ecco perché è emergenza sanitaria

Il virus Zika è stato dichiarato dall’Organizzazione mondiale della sanità emergenza internazionale di salute pubblica. Una misura presa per non spegnere l’attenzione su questo virus ritenuto preoccupante, soprattutto per il forte sospetto che l’infezione nelle donne incinte possa provocare gravi danni al feto, e per attirare fondi per la ricerca e organizzare una risposta coordinata su scala globale.

 

I precedenti. Non accade spesso che una decisione del genere venga presa. La prima volta è stata nel 2009, con la cosiddetta influenza suina, epidemia causata dal virus H1N1. Poi è avvenuto nel maggio 2014, quando sono riemersi alcuni casi di polio e la malattia, vicina all’eradicazione, sembrava sul punto di riemergere. Infine, nell’agosto del 2014 è stata la volta di Ebola.

Zika e i danni ai feti. Un’epidemia di infezione da virus Zika, fino ad oggi quasi sconosciuto, è confermata in oltre 20 Paesi dell’America Latina, compresi il Costarica e la Giamaica, annunciati ieri. Il motivo principale che ha portato alla dichiarazione di emergenza internazionale è proprio il nesso, ancora non provato ma fortemente sospetto, tra l’infezione in gravidanza e la microcefalia, cioè un difetto nello sviluppo cerebrale, dei feti. Mentre infatti l’infezione da virus Zika provoca negli adulti sintomi lievi che passano quasi inosservati, da luglio del 2015 è stato notato un insolito aumento dei casi di microcefalia nei neonati nella città brasiliana di Recife. La segnalazione, arrivata alle autorità sanitarie, ha portato a constatare che un incremento dei casi era corso anche nel resto del Paese.

 

 

 

microcefalia: Sospetti, ma non certezze. Per ora gli indizi che Zika sia correlato alla microcefalia sono forti, ma mancano ancora le prove dirette: non è semplice trovare la cosiddetta pistola fumante, ossia la relazione incontrovertibile. Questo perché la microcefalia è una condizione rara, che si manifesta per alcune condizioni genetiche, tra cui la sindrome di Down, e si sa che è collegata anche ad alcune altre infezioni, non a caso considerate molto pericolose in gravidanza, come la toxoplasmosi, la rosolia e l’infezione da citomegalovirus (Herpes Virus).

 

Nel caso di Zika, se la microcefalia è davvero una complicanza, sicuramente è rara. Infatti, al di fuori del Brasile non è stato osservato un aumento dei casi collegato in modo sicuro al virus, e nessuna conseguenza del genere è emersa (o almeno non è stata notata) nella prima epidemia di Zika studiata più attentamente, avvenuta in un’isola della Micronesia nel 2007.

 

È vero però anche che la popolazione dell’isola ammontava a 12 mila persone, mentre il caso del Sudamerica è il primo in cui le infezioni riguardano un intero continente. Anche se la complicazione è relativamente rara, su una popolazione grande è più facile che i casi emergano.

 

 

 

C’è comunque ancora una grande incertezza sui numeri: i casi riportati di microcefalia ammonterebbero a 3.700 in pochi mesi del 2015, contro i meno di 150 del 2014, ma sono cifre da confermare.

 

emergenza zanzare. Quello che è sicuro è che, come ha osservato Andrew Revkin, un autorevole blogger su temi ambientali del New York Times, i paesi dell’America Latina al momento, più che un’emergenza Zika stanno fronteggiando un’emergenza zanzare.

 

La specie Aedes aegypti, responsabile della trasmissione di questo virus e di altri ben più noti, come la febbre gialla, la Dengue e la Chikungunya, dopo essere stata ritenuta eradicata o sotto controllo per decenni, è di nuovo esplosa. In passato il contenimento delle zanzare era stato fatto con il DDT: ma il para-diclorodifeniltricloroetano, proibito negli anni '70 negli Usa e in molti Paesi, Italia compresa, è da molti ritenuto un'opzione non sostenibile, perciò i ricercatori stanno studiando soluzioni alternative.

 

 

Esperimenti in corso. L'azienda britannica Oxitec, di proprietà della statunitense Intrexon (entrambe operanti nell'ambito dell'ingegneria genetica), ha sviluppato zanzare A. aegypti geneticamente modificate per produrre prole che non raggiunge l’età adulta. Si pensa di rilasciare in natura un numero massiccio di esemplari maschi – che non pungono le persone – in modo che si accoppino con le femmine “normali” e producano generazioni di zanzare che vivendo poco non possono a loro volta riprodursi. In questo modo, si arriverebbe a una drastica diminuzione della popolazione di zanzare.

In Brasile sono già attivi due stabilimenti nei pressi di San Paolo dove vengono prodotti questi insetti, e sono in corso i primi test sul campo. Negli Stati Uniti, invece, la Food and Drug Administration (FDA) sta valutando se autorizzare o meno il rilascio in natura delle zanzare modificate, che secondo alcuni esperti deve ancora essere valutato e "pesato" nel lungo termine. 

 

Un altro approccio testato a Rio de Janeiro è quello di infettare in laboratorio le zanzare A. aegypti con un batterio, del genere Wolbachia, che normalmente non infetta questa specie, ma che una volta nel corpo delle zanzare blocca la replicazione del virus rendendone difficile la trasmissione. Se le zanzare infettate dal batterio, che si trasmette con le uova, diventano predominanti nell'ambiente rispetto a quelle "normali", potrebbe diminuire la trasmissione agli umani dei virus di cui sono portatrici le zanzare. Questo metodo è già sperimentato in Indonesia e in Vietnam per vedere se è in grado di ridurre la trasmissione della febbre Dengue. Ma ci vorranno anni di studi e molto denaro per capire se questi approcci possono per davvero funzionare.

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